Diabolica, affascinante, strega.

 

Oggi parliamo di: "La strega e il capitano", scritto da: Leonardo Sciascia edito dalla casa editrice: Gli Adelphi edizione nel: 1999


Un’inchiesta lunga 76 pagine. È il primo libro che leggo dell’autore siciliano e sarà per i miei interessi ormai ben noti su tutta quella che è stata la storia dell’Inquisizione e della “caccia alle streghe”, ma appena l’ho visto in libreria è stato mio!

Pochissime pagine, molto descrittive ma che scorrono tra riflessioni sociali e malinconico sarcasmo sulla tematica che, seppur sembra essere relegata ad un lontano passato è racchiusa in una mentalità che ancora non si è estinta.

Sciascia in questo saggio storico ci porta con se nel 1617 e precisamente a Milano, dove la serva del senatore Melzi, Caterina Medici, viene rinchiusa, torturata e infine ammazzata con l’accusa di stregoneria. L’accusa è stata fatta perché un giorno, un male inspiegabile colpisce il suo signore che inizia a soffrire di dolori lancinanti al ventre del suo signore e ovviamente non viene cercata pedissequamente una causa medica o qualsivoglia patologica ma subito viene puntato il dito contro il capro espiatorio più facile e per questo perfetto. Di questo evento giuridico si è occupato anche Alessandro Manzoni che nel capitolo XXXI del suo celebre romanzo “I promessi Sposi” fa riferimento proprio al caso di inquisizione di cui si è interessato lo scrittore siciliano, apponendo lo stesso distacco e disgusto malcelato alla vicenda. Ed è proprio per il bicentenario della nascita di Manzoni che Sciascia nel 1986, rievoca questa storia ponendo di nuovo l’attenzione sulla grandezza del romanzo manzoniano.


In maniera assolutamente sagace Sciascia nelle suo saggio decostruisce il sistema giudiziario, condannando la cieca ottusità della legge e della società che in ogni tempo ha cercato, trovato e imputato capri espiatori delle proprie paure. Un vero processo del processo in cui Caterina incarna la potente paura della passione. Ella infatti anche se all’inizio è descritta come “brutta”, caratteristica specifica delle streghe, porta con sé quella affamata e irresistibile seduzione propria delle malefemmine come la Lupa di Verga. Caterina è strega-professa ovvero dopo interrogatori estenuanti alla ricerca di una forzata verità, inizia ad auto-convincersi di essere una strega, di poter scagliare malefici sulle persone vicine, di aver partecipato al “barilotto” ovvero il sabba e di essere stata iniziata da altre alle orrende pratiche menzionante poc’anzi. Ed ecco quindi che assistiamo alle confessioni della povera sventurata sui suoi contatti con il demonio, a volte anche fisici nella persona del senatore stesso, sulla sua iniziazione e sui riti e malefatte compiute perché strega e lontana dalla legge di Dio. Sono confessioni deliranti come tutto il processo che ne viene costruito attorno, come le convinzioni aberranti degli inquisitori che non riescono a discernere una verità data da una verità estorta. La fine di Caterina è segnata dall’umiliazione pubblica e da un’esecuzione esemplare per il popolo che ha saziato con il sangue, le paure inculcategli dall’ignoranza imposta.


Il linguaggio usato non è semplice e immediato, Sascia infatti non scrive in italiano moderno ma utilizza un linguaggio seicentesco ma che non stanca il lettore perché efficace nell’immergerci nell’epoca dei fatti raccontati.

Un saggio storico sulla giustizia corrotta, ottusa e distruttiva che in maniera capillare ha coadiuvato l’esistenza e permanenza del patriarcato.

Personaggio preferito: Sciascia perché sul tema ha scritto un piccolo grande capolavoro.

⭐⭐⭐⭐⭐ su 5




Commenti

  1. Ed anche questa volta mi hai incuriosito con questa recensione, il tema è già di per sé stuzzicante, inoltre il fatto che lo abbia scritto uno dei più grandi scrittori del secolo scorso che riprende un episodio dai Promessi Sposi, mi incuriosisce ancora di più...lo leggerò sicuramente... grazie mille per il suggerimento 👏🏼👏🏼👏🏼👍🏼

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