LA STREGA E LA MISTIFICAZIONE DEL CAPITALISMO...

 Oggi parliamo di: "Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria"

scritto da Silvia Federici ed edito dalla casa editrice: Mimesis Passato Prossimo


Quello di cui vi parlo oggi non è la solita lettura e non è il solito saggio esplicativo. Con “Calibano e la Strega” ad ogni risposta esaudita aumentano le domande che possiamo porci su una questione tanto delicata quanto spinosa da raccontare e assimilare: che cosa è stata davvero la “caccia alle streghe”.

                                            

Il saggio parla di un lungo periodo in cui le trasformazioni economiche e sociali che si compiono divengono la solida base della nostra cultura capitalistica.
Con uno sguardo storico e critico si analizza il feudalesimo e lo scioglimento di questo durante il quale la donna assume un ruolo centrale come produttrice della più grande e inesauribile risorsa: la manodopera o per dirla in maniera più tecnica, la forza-lavoro.

Il corpo della donna diviene così il perno su cui si basano le politiche sociali, economiche e culturali. Diviene il fulcro dell’interesse e dell’accumulazione da parte degli uomini.

La donna quindi, andava circuita e riplasmata nell’interesse del capitalismo. Le donne che non rispettavano certi standard, che non soddisfacevano i criteri richiesti, dovevano essere annientate condannandole all’ignominia del termine “Strega”. La strega incarnava tutto ciò che controverteva alle predisposizioni femminili: la procreazione, il servilismo, la pudicizia e il silenzio. Donne sole, emarginate, vedove, guaritrici, allevatrici, economicamente autonome accusate di stregoneria, processate ingiustamente in tribunali fantoccio e spesso, condannate a morte. Un lungo e buio momento camuffato da psicosi collettiva per adempiere ad un’educazione delle masse su come dovesse essere una donna nella cultura collettiva. La sessualizzazione dei corpi femminili diviene quindi l’argomento centrale su cui si recrimina e si condanna, spesso nel nome di leggi religiose e morali che si radicano nelle coscienze durante quasi tre secoli di “persecuzione”.




La caccia alle streghe si trasforma così in quella risposta sentita come necessaria alle trasformazioni economiche in corso. Il sistema feudale diventa ancora più brutale attuando la monetizzazione della manodopera, asservita sempre più totalmente al denaro e l’espropriazione dei commons ovvero le terre comuni. Quelle terre erano essenziali per la socialità femminile e per la loro affermazione come realtà indipendente dai ruoli dati dagli uomini e dal costume. Le campagne iniziarono a svuotarsi per andare ad ampliare le città mercantili. È proprio questo il click di accensione di un divario economico e sociale sempre più feroce in cui la donna cerca di avere una mesta autonomia lavorativa e sociale seppur sfruttata ai limiti della decenza. Nelle ribellioni contadine infatti erano sempre presenti le donne e anzi spesso erano loro le fautrici di movimenti di liberazione e protesta che fecero sì che la figura della strega divenisse sinonimo dispregiativo di ribellione popolare e sociale.



Credo che lo scopo precipuo della scrittrice sia stato quello di voler dare spazio ad un periodo conosciuto e studiato in maniera ancora troppo superficiale, relegato ad una veloce spiegazione tra i banchi di scuola e mai approfondito in seguito per una visione d’insieme sociale e culturale che influenza tutt’oggi il nostro tempo.

Nonostante la profondità dei temi e la cura delle nozioni storiche il saggio mantiene un tono abbastanza narrativo e con un linguaggio scorrevole. Ma anche se comprensibile soprattutto se si hanno determinate conoscenze pregresse, mi rendo conto che non è una lettura per tutti e di facile accesso.

Io l’ho apprezzato particolarmente, trovandolo davvero un testo molto ben costruito, con la suddivisione in 5 maxi capitoli suddivisi per i periodi storici più significativi e le sue implicazioni economiche e sociali.

La sensazione che ho avuto mentre lo leggevo è di essere una spettatrice di un vecchio film che inizia in bianco nero, dove tutto scorre insieme al tempo della storia e agli eventi che ne scandiscono i passi e man mano che si delineano i colori del presente ci si accorge che il processo è univoco, circolare e che il passato è l’inevitabile risposta del presente.



Spontanea allora mi la domanda: è possibile che c’è ancora tanto rivedere e ristudiare del nostro passato per interagire con il nostro presente e comprendere anche le conseguenze che potrebbero presentarsi in futuro? Spontaneamente mi sono risposta con un si!

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